giovedì 31 dicembre 2009

Cl e Pd: chiamala Megacoop

di Gianni Barbacetto, il Fatto Quotidiano.
31 dicembre 2009


Niguarda per i milanesi vuol dire ospedale. L’Azienda ospedaliera Niguarda - Ca’ Granda è uno dei più grandi centri clinici del nord.
Ed è, naturalmente, controllato dagli uomini di Cl. Sono legati al gruppo ecclesiale di cui fa parte anche il presidente della Regione Roberto Formigoni, primari, medici, dirigenti.
Il direttore generale è Pasquale Cannatelli, che in ufficio tiene ben in vista una sua foto con don Luigi Giussani, il fondatore di Comunione e liberazione.
Cannatelli guida la sua struttura in perfetta sintonia con la grande orchestra di Cl che si è impossessata della sanità lombarda. Lo si vede nelle scelte grandi e in quelle piccole.
Non c’è assunzione, gara, appalto che sfugga alla regola: gli amici innanzitutto. Niguarda entro il 2013 sarà interamente ristrutturato, diventerà un nuovo grande polo ospedaliero, con un megainvestimento da 1 milione di euro.
Dopo gare e procedure contestate perfino dagli ispettori del ministro delle Finanze Giulio Tremonti, un primo appalto da 262 milioni di euro è stato vinto da un’associazione temporanea di imprese guidata da Cmb, potente cooperativa di Carpi. Stupiti? Ma no, è da tempo che si è creato un asse di ferro tra Cl e coop rosse, garantito da un leader dell’ex Pci gran frequentatore del ciellino Meeting di Rimini: quel Pier Luigi Bersani oggi arrivato al vertice del Pd. Gli amici sono
amici. Così se i lavori per il nuovo ospedale di Legnano sono affidati al colosso Techint (area Cl), a Niguarda la spuntano le coop rosse.
Grazie a un’ideona: il project financing. Ovvero: solo una parte dei soldi è pubblica, il resto lo mette il privato, cioè la Cmb, che poi recupera gestendo per 27anni alcuni servizi dentro l’ospedale. Ma siccome a pagare la sanità è sempre la mano pubblica, questo project financing assomiglia tanto a un trucco in cui, nella sostanza, i privati guadagnano e il pubblico paga.
Ma Dio, si sa, sta nei particolari. Dunque anche i dettagli non sfuggono alle ferree regole del potere ciellino. Così ora anche un piccolo appalto – 280 mila euro per tre anni per la fornitura dei flaconi per le trasfusioni – è finito davanti al Consiglio di Stato.
Niguarda ha infatti stilato un bando in cui stabilisce che i flaconi non devono più essere, come fino a oggi, di vetro, ma di plastica.
Così si sa già chi vincerà la gara: l’unica azienda oggi in grado di fornire i prodotti così come sono stati delineati nel bando, ovvero la multinazionale tedesca BBraun.
Al massimo potrà forse cercare di contrastarla un’altra multinazionale, la Fresenius.
Sono insorte, con ricorso prima al Tar e poi al Consiglio di Stato, le aziende del vetro. Finora le aziende farmaceutiche producevano le soluzioni per le trasfusioni che poi imbottigliavano nei flaconi di vetro. Con la plastica non è possibile: chi imbottiglia deve avere dentro il proprio ciclo produttivo anche l’impianto di fabbricazione dei contenitori.
Un investimento di almeno 20 milioni di euro difficilmente ammortizzabile da tante aziende piccole o medie che operano nel solo mercato italiano. La plastica è più costosa del vetro.
È più inquinante. Obbliga a costi aggiuntivi di smaltimento valutabili attorno agli 80 mila euro l’anno. Ma niente da fare: al Niguarda i manager di Cl hanno scelto la plastica.

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